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Arriviamo
a Durban, Sud Africa, in una assolata mattina di domenica, ed atterriamo
nel mezzo dell’orrore.
Appena
il giorno prima, la Giornata mondiale per la lotta all’AIDS,
una bambina di 5 mesi era stata violentata da due uomini. La bambina
era stata vittima di una credenza distorta che alimenta un incremento
senza precedenti delle violenze sessuali sui bambini in questo paese.
Lo
chiamano il mito dell’AIDS, un “nuovo minimo”
per il Sud Africa, ha detto Kelly Hatfield, direttrice di People
Opposed to Women Abuse. “In molti casi l’abuso è
collegato al mito secondo il quale un uomo guarirà dall’AIDS
se farà del sesso con una vergine,” ha detto la Hatfield
a The Cape Times.
“Cosa
c’è di più vergine di un bambino?”
I
giornali forniscono i dettagli sordidi: la madre era stata arrestata
per negligenza dopo che i due uomini, di 17 e 24 anni, avevano violentato
la bambina così gravemente che il chirurgo pediatrico dell’ospedale
di Johannesburg disse che la bambina potrebbe affrontare un anno
di operazioni prima di poter “condurre una vita normale.”
Ma
cosa costituisce la normalità qui?
Violenza
sessuale ed altri crimini violenti sono endemici, imperando la povertà
e la mancanza di speranza. Questa è il nostro crudo inserimento
in un paese di grande bellezza fisica, grandi città e buone
strade, tormentato da crimini scioccanti e da una terribile, devastante
malattia.
Siamo
arrivate in Sud Africa, la fotografa Nance Ackerman ed io, per intervistare
donne per un libro sugli attivisti. Abbiamo viaggiato in tutto il
mondo per questo progetto, ma niente ci aveva preparate alla brutalità
di queste violenze che, parlando con la gente, scoprivamo essere
perpetrate contro vittime sempre più giovani.
Il
giornale locale, il Sunday Tribune, cita recenti statistiche: 21.000
casi di violenza sessuale contro i bambini durante l’anno
scorso in Sud Africa, un incremento del 10% rispetto all’anno
precedente.
Il
South African Institute of Race Relations dichiara che ogni giorno
58 bambini sono vittime di violenze o tentativi di violenza. Metà
di quei casi, dicono fonti della polizia, hanno meno di 7 anni.
Nell’arco
di pochi giorni successivi, vengono denunciati dozzine di casi di
violenze o altri abusi, e tra loro anche una bambina di un anno,
violentata da suo padre e due suoi amici, mentre la madre era a
fare spese.
Il Sud Africa vacilla a causa della forte disoccupazione, povertà,
abuso di droghe e piccoli crimini. Ma soprattutto, il paese affronta
una minaccia insidiosa e potente – il virus HIV. Il governo
del Sud Africa stima in 4,7 milioni le persone affette dal virus,
e di quel numero 2,5 milioni sono donne e 110.000 vengono definiti
“neonati”.
Se
resterà senza controllo, in questo paese sarà questa
malattia a ridurre l’aspettativa di vita a 41 anni nel 2009,
quando il 16% della popolazione sarà infetta.
Ed
è questa malattia la ragione manifesta di questo numero senza
precedenti di violenze sessuali, che giunse alla pubblica attenzione
un mese prima, quando la piccola Baby Tshepang di Northenr Cape
fu violentata e sodomizzata da sei uomini di età tra i 22
e i 66.
Per
proteggere la sua identità la piccola fu soprannominata Tshepang,
che vuol dire “abbi speranza”. Ma a parte proteste pubbliche
e molto scandalo, non c’è molto qui per cui sperare.
Due
anni fa dei consiglieri dell’organizzazione Childline parlarono
a proposito dei casi di violenza sessuale che avevano visto e come
la mancanza di comprensione dell’AIDS da parte della comunità
contribuiva al loro verificarsi.
“La
credenza è che la pulizia e la purezza di un bambino strapperanno
via il virus”, ha detto Stephenie Shutt, consigliere a Western
Cape. “Le donne della comunità mi dicono che sia bambine
che bambini vengono violentati a causa di questa credenza.”
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La
prevalenza di questi crimini è stata attribuita all’impotenza
e alla rabbia, entrambi effetti residui dell’apartheid, e
alla brutalità e alla violenza endemiche in questa società.
Mentre
il riverito Sudafricano Nelson Mandela e alcuni ministri del governo
hanno pubblicamente respinto il “mito” dell’AIDS,
pochi hanno parlato più chiaramente a proposito delle radici
di questo abuso del cittadino canadese Stephen Lewis, che l’estate
scorsa è stato nominato inviato speciale del segretario generale
delle Nazioni Unite per l’AIDS in Africa.
In
una intervista alla radio CBC subito dopo la sua nomina Lewis ha
collegato la malattia, la cura delle donne e questa crisi della
violenza sui bambini.
Una
delle realtà più tristi dell’AIDS, ha detto
Lewis, “è che se la sessualità delle donne in
Africa non fosse sotto attacco, se le donne potessero dire di no,
se le donne non fossero soggette ai predatori attacchi degli uomini,
o a comportamenti predatori in generale, allora in Africa ci sarebbe
una malattia chiamata AIDS. Ma non si avrebbe una epidemia.”
Violentare
bambine piccole è un grosso passo, anche per chi commette
l’abuso, ma meno di un saltino se si considera che in Sud
Africa, secondo lo Human Rights Watch, c’è la più
alta percentuale del mondo di violenze contro le donne.
Se
riescono ad evitare la violenza da piccole, le bambine hanno un’altra
minaccia da affrontare: la scuola. Un recente rapporto pubblicato
dal Medical Research Council di Pretoria rivela che un terzo di
tutte le bambine del Sud Africa violentate prima dei 15 anni erano
state aggredite dai loro insegnanti.
“Il
mondo deve prendere atto del fatto che le scuole sono un importante
luogo di molestie sessuali e violenze sui bambini”, ha detto
Rachel Jewkes del consiglio.
Nelle
baraccopoli, dice la direttrice di Childline Joan van Niekerk, alcuni
giovani “individuano con precisione le ragazze vergini e le
separano fisicamente dai loro gruppi di coetanei per praticare violenze
di gruppo. Queste bambine vengono intimidite e raramente riferiscono
la violenza per paura di rappresaglie verso di loro stesse o verso
le loro famiglie.
E
non c’è da meravigliarsi. Otto ragazzi su 10 intervistati
in un sondaggio su un campione di 27.000 giovani sostiene che le
donne violentate “lo avevano chiesto”.
Più
di metà degli intervistati in età scolare ha detto
che fare del sesso forzato con qualcuno che si conosce non è
violenza sessuale.
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Poi
c’è l’altro elemento di cui in Sud Africa sono
vittime i bambini, sebbene questo flagello non li selezioni in base
al sesso: le Nazioni Unite riportano che il Sud Africa è
la patria di ben 1,2 milioni di bambini orfani a causa dell’AIDS.
Secondo
Ally Cassiem del Nelson Mandela Children’s Fund, questi numeri
raddoppieranno in 5 anni.
Molti di questi bambini sono rimasti senza nessuna famiglia che
possa prendersi cura di loro poiché anche in una cultura
che prevede la famiglia estesa, il fardello di simili perdite è
troppo gravoso per molti nonni più anziani.
Un
posto come Agape, fondato nel 1999 dal consigliere per l’HIV
Zodwa Mqadi, è una delle poche possibilità per i bambini
abbandonati.
Siamo
qui per vedere Mqadi; lei è una delle donne attiviste di
cui stiamo tracciando il profilo. Ha avviato l’orfanotrofio
su un paio di acri polverosi a Waterfall, appena fuori Durban, dopo
uan dozzina d’anni come consigliere per l’HIV ed un
viaggio in Uganda che ha cambiato la sua vita.
“Ho
visto le tombe in Uganda”, dice Mqadi, “sette da una
sola famiglia. E sapevo che ciò stava arrivando in Sud Africa.”
Cinquanta
bambini vivono ad Agape, alcuni già orfani e altri in procinto
di perdere i propri genitori. Vengono portati da volontari o da
lavoratori sociali e vivono qui senza alcun sussidio da parte del
governo.
Incontriamo
Siwaphiwe, di 11 anni, la cui madre è morta e il padre sta
per morire; Sabelo, 3 anni, e Sifundo, di 5, che è stato
raccolto dalla strada l’anno scorso mentre dormiva in un copertone
da automobile. Era stato il suo letto da quando i genitori morirono.
I
bambini la chiamano “gogo”, parola Zulu per indicare
la nonnina, e come un genitore amorevole Mqadi spera di offrire
loro la possibilità di avere un’infanzia, dice, e preparazione
per potersela cavare da soli. “Noi diciamo, non badate solo
alla vostra famiglia,. Badate a tutti i bambini”.
Se
solo i violentatori in Sud Africa potessero comprenderlo.
L’indirizzo
email di Donna Nebenzahl è:
dnebenzahl@thegazette.southam.ca
dnebenzahl@thegazette.canwest.com
Womankind, con i saggi di Donna Nebenzahl e fotografie di
Nance Ackerman, sarà pubblicato nell’autunno 2002 da
Raincoast Books.
Traduzione
di: Leonardo Mattiello
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